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Archive for giugno 2012

Altro anticiclone africano, un’autentica fiammata di calore che ci “traghetta” nel pieno dell’estate.

Si chiama infatti “Caronte”, come il traghettatore infernale, l’ultimo responsabile della nostra sensazione di caldo rovente.

Ci farà soffrire con “occhi di bragia”, ma facendoci salire su un pattìno…

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Il caso ama sparigliare le carte. Oggi lo fa al mattino, pensando alla sera.

Così i tavoli da gioco mescoleranno, senza confonderli, gli assi vincenti dei due Paesi.

Tanto spread e qualche corner, banditi gli eurobond e richiesti i gol. E il “rigore”, per entrambi, sullo sfondo.

Sarebbe bello smontare l’innata sensazione tedesca di superiorità nei nostri confronti.

Sarebbe bello dimostrare che la creatività, unita alla fatica, spesso è vincente.

Sarebbe bello poter dire la nostra. Al vertice economico al mattino. Sul campo di calcio alla sera.

Cuore e testa a confronto. Col cuore a sussultare un po’ di più.

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Quando scendo “sotto” sto bene. Sott’acqua intendo.

Ritrovo quegli elementi che “sopra” iniziano a scarseggiare. Silenzio, trasparenza, armonia.

E mi riecheggiano i versi dell’amato Montale che, tratteggiando Esterina, in “Falsetto” scrive:

L’acqua è la forza che ti tempra,
nell’acqua ti ritrovi e ti rinnovi: 
noi ti pensiamo come un’alga, un ciottolo, 
come un’equorea creatura 
che la salsedine non intacca 
ma torna al lito piú pura.

Non so se dopo le mie “discese” torno “al lito più pura“.

Sicuramente “atterro” più leggera.

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Per un cestino di ciliegie (e forse anche meno…) potrei commettere peccato. Veniale, s’intende. Però commesso con convinzione. Penso che il peccato stia proprio lì, nella convinzione di commetterlo.

Forse tutto nasce con “Cappuccetto Rosso”, la mia fiaba preferita. E in quel cestino che Cappuccetto Rosso porta con sé, facendolo dondolare felice con tanti trallallero mentre attraversa il bosco. Quel cestino è godimento pieno, focaccia e vino nell’originale, ma poi ogni genitore nel racconto fa suo quel cestino riempiendolo di leccornìe. In quello preparato per me c’erano le ciliegie, tante e rosse, forse per riprendere il fil, rouge appunto, con la protagonista.

In quel cestino di ciliegie che passeggia per il bosco per mano ad una bambina allegra mentre raccoglie fiori e mangia ciliegie in una bella giornata ritardando così l’arrivo dalla nonna, ebbene penso proprio stia lì parte del nucleo del mio senso di felicità.

E forse anche l’origine del mio senso di peccato legato alle ciliegie.

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“C’è una ragione perché sono tornato in questo paese, qui e non invece a Canelli, a Barbaresco o in Alba. Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove son nato non lo so; non c’è da queste parti una casa né un pezzo di terra né delle ossa ch’io possa dire «Ecco cos’ero prima di nascere». Non so se vengo dalla collina o dalla valle, dai boschi o da una casa di balconi. La ragazza che mi ha lasciato sugli scalini del duomo di Alba, magari non veniva neanche dalla campagna, magari era la figlia dei padroni di un palazzo, oppure mi ci hanno portato in un cavagno da vendemmia due povere donne da Monticello, da Neive o perché no da Cravanzana. Chi può dire di che carne sono fatto? Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione.

“La luna e i falò” di Cesare Pavese


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Perché negli ultimi tempi la paletta compare senza il suo eterno fidanzato, il mitico secchiello?

Succede sempre più spesso, soprattutto alle fanciulle, di veder apparire la paletta. Quella segnaletica.

Questo è il copione classico. Stai guidando e l’automobile che ti precede comincia a rallentare senza aver nessun ostacolo, e a zigzagare. A questo punto è normale un tuo colpo di clacson, per capire cosa stia succedendo ed evitare ulteriori sbandamenti, che però aumentano. Ai tuoi successivi clacsonamenti ecco comparire sulla scena, improvvisa ma ormai aspettata, la paletta segnaletica.

Ti si accostano due/tre giovani maschi in abiti civili che non mostrano mai un tesserino di riconoscimento ma solo e sempre l’ormai famosa paletta. Che può suscitare timore, ansia, la legge che avanza. Ma attenzione, perché questo è un vero abuso di potere, soprattutto nel momento in cui, cominciando a parlare, tentano di incutere timore, peraltro sul nulla. Vi chiedono infatti perché avete clacsonato (perché una domanda senza senso? siamo forse su “scherzi a parte”?), consigliandovi di stare calme (a proposito di cosa? perché ho incontrato loro?), che potreste andare incontro a dei guai (quali, visto che non ho commesso infrazioni? che stiano provando un copione per diventare stalkers dell’anno?).

Se tenete testa ai loro monologhi dell’assurdo, facendo presente loro che non c’è nulla per cui valga continuare la conversazione, tanto più che non si sono identificati come Forze dell’Ordine (quale ordine? quello che manca nei loro circuiti neuronali?), danno segni di cedimento che si fanno definitivi se accennate al fatto che forse il loro comportamento è così stranamente intimidatorio perché voi siete donne. A questa parola magicamente e frettolosamente si allontanano con un vago cenno di saluto.

Facendo sparire quella paletta. Fino alla prossima “spiaggia”. Ancora una volta senza secchiello.

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Improvvisamente fu piena estate.
I campi verdi di grano, cresciuti e
riempiti nelle lunghe settimane di piogge,
cominciavano a imbiancarsi,
in ogni campo il papavero lampeggiava
col suo rosso smagliante.

Hermann Hesse, da “Estate”.

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