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Archive for aprile 2012

“Photografe” è una mostra fotografica da non perdere, sia perché le 130 foto in bianco e nero esposte sono tra le più belle e conosciute del secolo scorso, sia perché l’autore, Henri Cartier-Bresson è tra i Maestri di quest’arte, al punto da esser stato definito “l’occhio del secolo“. E’ stato lo stesso fotografo a definire lo scatto come “un modo di vivere, è porre sulla stessa linea di mira la testa, l’occhio, il cuore.

Scatti di un’intensità rara sia nelle scene di vita quotidiana che nei personaggi che hanno fatto la Storia, luci e geometrie in un equilibrio tale da sortire incantamento con conseguente emozione. Arrivando così a quel risultato a cui aspirava Cartier-Bresson: “Fotografare è trattenere il respiro quando le nostre facoltà convergono per captare la realtà fugace; a questo punto l’immagine catturata diviene una grande gioia fisica e intellettuale.

Fino al 24 giugno a Torino nelle sale del Palazzo Reale. Per girovagare tra istanti perfetti, colmi di valenza universale.


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Piazzetta Maria Teresa - Torino

Non è nei vasti campi o nei grandi giardini che vedo giungere la primavera. È nei rari alberi di una piccola piazza della città. Lì il verde spicca come un dono ed è allegro come una dolce tristezza.

Fernando Pessoa, da “Il Libro dell’inquietudine”.

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«È questo il fiore del partigiano»,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
«È questo il fiore del partigiano
morto per la libertà!»

Da “Bella ciao”, canto popolare ottocentesco divenuto famoso durante la Resistenza perché idealmente associato al Movimento partigiano italiano.

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Paolo Uccello, "San Giorgio e il drago" - 1456

Oggi, 23 aprile, è dal 1996 la “Giornata mondiale del Libro”, evento patrocinato dall’ Unesco per promuovere la lettura.

La scelta è caduta sul 23 aprile perché in questa giornata sono morti nel 1616 tre importanti scrittori: Miguel de Cervantes, William Shakespeare e Inca Garcilaso de la Vega.

Il 23 aprile è anche la festa di San Giorgio che salva, secondo la leggenda, la principessa dal drago. Dal sangue del drago ferito sarebbe nata una rosa che il cavaliere avrebbe poi offerto alla principessa. Ancora oggi in Catalogna, di cui San Giorgio è patrono,  il 23 aprile è tradizione che gli uomini regalino alle donne una rosa, ricevendone in cambio un libro.

Un consiglio al volo per il libro di cui omaggiare il cavaliere che vi donerà la rosa: una piccola “chicca” della poetessa Premio Nobel Wislawa Szymborska, dal titolo di un’evidenza così semplice da apparire disarmante, “La prima frase è sempre la più difficile“.

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Due “rive”, droite e gauche…

Sono fiero di essere francese, della cultura, dell’identità del mio paese. Victor Hugo, Chateaubriand, Bonaparte, De Gaulle.” – Nicolas Sarkozy

Una suite al Ritz? Non la vorrei! I gioielli di Chanel? Che ne farei?” –  François Hollande

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AB URBE CONDITA: “Dalla fondazione dell’Urbe”, formula con cui gli antichi romani contavano gli anni partendo dall’anno della fondazione di Roma, fissata dalla tradizione al 21 aprile 753 avanti Cristo. Questa data presunta fu stabilita dall’erudito Marco Terenzio Varrone ai tempi di Giulio Cesare, e il suo metodo di calcolo prevalse su altri.

Fondatore e primo re di Roma fu Romolo che vinse il fratello gemello Remo nella disputa su quale colle dovesse sorgere la nuova città. Sorse infatti a forma quadrata sul Palatino, a discapito dell’Aventino scelto da Remo, che nello scontro col fratello morì.

Leggendaria la Lupa che avrebbe allattato i due gemelli, figli di Marte e della vestale Rea Silvia, scampati così a morte certa dopo il loro pietoso abbandono sulle rive del Tevere da parte di un servo, incaricato dal re di Albalonga  Amulio di annegarli perché nati da una donna destinata alla castità.

PS: In questa stagione sono particolarmente suggestive e luminose le passeggiate tra le rovine del Palatino.


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Estratto di conversazione, Consiglio di Classe (quarta liceo scientifico), anno 2012.

– Professore di Lettere (con tono dispiaciuto): “E’ un peccato che questi studenti non abbiano mai letto “Pinocchio”, anche perché diversi personaggi metaforici hanno lì la loro ‘culla’ “.

– Genitore di studente (con tono stizzito): “Non so perché vuole che leggano “Pinocchio”, che è anche un libro spesso [sob!]. Non era meglio che leggessero già in preparazione alla classe quinta del prossimo anno “Il piacere” di D’Annunzio o Pavese?“.

– Professore di fisica (con tono divertito e orgoglioso): “Ah, nemmeno io ho letto “Pinocchio”! [sob!]”.

Le considerazioni in merito sarebbero numerose, ma io mi limito a tre.

1) Sarebbe sempre auspicabile il rispetto del lavoro altrui, specie se tale lavoro non è quello abitualmente svolto, perché le coordinate sottese a qualsiasi scelta lavorativa non sono mai, si spera, casuali. Per un chirurgo, per esempio, usare un ferro al posto o prima di un altro non penso sia una scelta randomizzata.

2) I “gusti” sulle letture rimangono sempre personali e l’orizzonte a loro intorno è talmente esteso e in movimento che si può pensare di coglierne solo una parte e, se si è particolarmente fortunati, il suo “raggio verde”.

3) Ogni scelta intorno ai libri, anche a scuola, resta quindi opinabile per sua stessa definizione. Ciò non toglie che i libri non siano assegnati a random ma, per quanto mi riguarda, pensati intorno ad un percorso deciso ad inizio anno scolastico in base al gruppo classe. Su tale percorso lascio poi cadere le “briciole di Pollicino”, illudendomi e sperando che alcuni “cibi” li si senta così “appetitosi” da poterli poi cercare in base ai propri tempi, gusti e sensibilità. E talvolta accade. Altro sono i “fondamentali” quali D’Annunzio o Pavese che vanno “accompagnati” e contestualizzati. Spesso leggere certi autori prima di Leopardi risulta comunque poco utile. Come non aver letto “Pinocchio” una prima volta da piccoli. E’ questione di tempi. Rispettarli fa la differenza. Come i turni di conversazione.

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Si tratta di un matrimonio, tra la semplicità degli ingredienti e la maniacalità dei particolari.

Non si tratta infatti di comune pasta condita col formaggio, ma di un gioco di equilibrismi che dura fino a formare quella crema che è la vera protagonista di questo piatto.

Mentre aspettiamo con impazienza la cottura degli spaghetti, trasformiamo il pecorino romano in cacio grattugiato. Quando gli spaghetti sono al punto giusto (primo step maniacale) scivolano veloci e ancora gocciolanti nella ciotola dove incontrano il cacio. Mantechiamo con qualche cucchiaio (secondo step maniacale) di acqua di cottura il composto, che già è in attesa della pioggia di pepe macinato quanto basta (terzo step maniacale). Solo la presenza di quella crema tanto appetitosa quanto filante segnala che il “matrimonio” è stato “consumato”. E allora tutti a tavola, brindando con un bicchiere di Frascati a questo ghiotto connubio!

La curiosità: anche Goethe sembra aver fatto conoscenza dell’antenato di questo piatto. Nel 1787  infatti, nel suo Viaggio in Italia, scrive che a Napoli “i maccheroni si cuociono per lo più semplicemente nell’acqua pura e vi si grattugia sopra del formaggio, che serve ad un tempo di grasso e di condimento“.

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Primavera non bussa, lei entra sicura,

come il fumo lei penetra in ogni fessura;

ha le labbra di carne, i capelli di grano.

Che paura, che voglia che ti prenda per mano;

che paura, che voglia che ti porti lontano.

Fabrizio De André, da “Un chimico”.

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E si disse che la questione fondamentale non era: Sapevano o non sapevano?, bensì: Si è innocenti solo per il fatto che non si sa? Un imbecille seduto sul trono è sollevato da ogni responsabilità solo per il fatto che è un imbecille?“.

Milan Kundera, da “L’insostenibile leggerezza dell’essere”.

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