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Archive for ottobre 2011

Sì lo so, è Halloween. O meglio, è Halloween per metà mondo. Per l’altra metà è l’ultimo giorno di ottobre, quello che ci traghetta al “mese dei morti”. Ma è proprio questo a unire le due metà.

La parte di mondo pagana-laica-celtica festeggia con Halloween la festa di Ognissanti dando più enfasi all’aspetto stregonesco-misterioso nel rapporto con il mondo ultraterreno. La parte di mondo cristiana-religiosa-mediterranea celebra con Ognissanti e la Commemorazione dei defunti il momento di riflessione sul “passaggio”.

In realtà i due modi di “festeggiare” hanno la stessa matrice folcloristico-culturale-sacrale, che risiede nelle celebrazioni agricole di “Samhain”, antica festa pagana, ma accettata dalle comunità cristiane, per la chiusura dei raccolti, appunto a fine ottobre.

Nella dimensione contadina circolare-ciclica del tempo, “Samhain” sta fuori dalla dimensione temporale, non appartenendo né all’anno vecchio e neppure al nuovo. In quel momento il velo che divide dalla terra dei morti si assottiglia ed i vivi possono accedervi. Quindi “Samhain” diventa “il giorno che non esiste”, quello in cui la barriera tra il mondo dei vivi e quello dei morti cade, permettendo alle due dimensioni di incontrarsi. Da qui le celebrazioni in onore di chi “non è più”, aspetto assimilato dal Cristianesimo con l’istituzione delle festività di “Ognissanti” e del “Giorno dei morti”.

Quindi ad ognuno il proprio modo di contemplare il Mistero.

Ps: io comunque continuo a pensare alla zucca non in quanto “testa intagliata” per la notte di Halloween, ma in quanto mezzo di trasporto di Cenerentola per la sua notte magica… Imprinting infantile.

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Cinquant’anni fa moriva Luigi Einaudi, primo Presidente della Repubblica Italiana.

E ripensando oggi a certe stature morali, certe parole appaiono quanto mai attuali: “O tempora, o mores!” (“Che tempi…! Che costumi…!”) – Cicerone, Catilinaria, I.

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In un’epoca tanto spigolosa e volgare, “lei” appare creatura d’altri tempi, in cui gli angoli si smussavano con cura e la cortesia era connaturata nei gesti di ciascuno.

“Lei”, corporatura tonda e sguardo gentile, ci rimanda altrove. In luoghi di dolcezze e attenzioni. Color nocciola.

E vien facile pensarla donna, parafrasando Dante: “Tonda e gentile la nocciola pare, / che delle Langhe le colline indora“.

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Prendete una Parigi un po’ piovosa e molto magica, un ristorante dal nome programmatico Le Temps des cerises, un libro letto per caso dalla sua stessa protagonista, un cappotto rosso che appare qua e là, uno scrittore molto ricercato che sembra non apparire affatto, un Menu d’amour al profumo di cioccolato e cannella, e avrete questa deliziosa storia, “Gli ingredienti segreti dell’amore” di Nicolas Barreau, già caso editoriale e presto film. Una leggera prelibatezza tutta da gustare.

Buona lettura e bon appetit!

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Ma perché il nostro Paese sembra il Punjab ad ogni evento di pioggia?

Forse perché da tempo non sappiamo più cosa sia la pulizia dell’alveo dei fiumi?

Forse perché continuiamo a costruire sugli argini dei corsi d’acqua, dimenticandoci che la Natura riprende sempre quanto le viene sottratto?

Forse perché l’ultimo degli interessi dei nostri governanti è pensare ad un serio piano idrogeologico?

E mentre i perché di ciascuno si sgranano come un rosario, ancora una volta contiamo le vittime. Quasi accettando passivamente di dover perdere di necessità una parte del nostro paesaggio umano.

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Nessun mortale può mantenere un segreto: se le labbra restano mute, parlano le dita.”  –  Sigmund Freud

E i sorrisi si fanno eloquenti.

All’ombra del convitato di pietra.

Il discusso scambio di gesti e sorrisi tra la Merkel e Sarkozy - Bruxelles, 23.10.2011

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L’acqua

suona il suo tamburo

d’argento.

Federico Garcia Lorca, da “Gocce d’acqua”

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Marco Simoncelli, alias SuperSic, giovane talento del motomondiale, non c’è più. Se lo è portato via quella pista della Malesia che solo tre anni fa l’aveva incoronato campione mondiale. Scherzi del destino. O trame. Comunque incomprensibili.

Colpisce rivedere il suo videomessaggio di qualche giorno fa da un albergo in Malesia. Seduto sul letto a raccontarsi come qualsiasi ragazzo di quell’età, ma con un di più disarmante, quella genuinità e spontaneità tutta di provincia che ti fa rimanere quello che sei nato anche di fronte al successo. E poi quel “niente” intercalato nel racconto dall’accento romagnolo, un “niente” che sembra raccontare di sogni che devono ancora prendere forma nella testa di chi sogna. Già, la testa, quella chioma enorme, fuori misura, in un novello Sansone che testimonia la sua forza solare attraverso quella zazzera, e un sorriso tra il dolce e il malinconico.

Quei capelli che, qualche minuto prima del via in pista, nasconde con un asciugamano e un ciao che dopo qualche ora si rivela definitivo.

Ma adesso Marco lo pensiamo già a correre per le strade del cielo, veloce centauro dai capelli al vento e i sogni adesso compresi.

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Ultima rappresentazione oggi, al Casino Nobile di Villa Torlonia a Roma, per “Casta Diva“, un omaggio alla indimenticabile Maria Callas. Lo spettacolo è un misto suggestivo di danza, teatro, musica, che racconta a tutto tondo la grande cantante, vera Diva del suo tempo. In scena il primo ballerino Andrè De La Roche, che firma anche le coreografie, e Laura Valente, ex voce dei Matia Bazar, a far rivivere le opere cantate dalla Divina.

Un’occasione per ricordare i sessant’anni da quell’inaugurazione, nel dicembre del 1951, della stagione lirica alla Scala di Milano,  in cui la Callas trionfò ne I vespri siciliani, cominciando così la parte più sfolgorante della sua carriera, con l’interpretazione delle eroine più famose della lirica, da Norma a Lucia di Lammermoor, da Anna Bolena a Medea.

 

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Le intuisco, odorandole, già da lontano. Come un cane da caldarroste. E’ il profumo di fuoco a segnalarmi la loro presenza.

Avvicinandomi all’oggetto del desiderio, è il loro crepitìo di camino ad affascinarmi.

Quando poi entrano nel mio campo visivo mi incanto di fronte a quel punto di marrone che si snerva fino a fendersi, arrendendosi, per mostrare il suo contenuto giallo zafferano.

Quello è il momento in cui toglierle dal fuoco, avvolgerle in un panno caldo e quasi immediatamente scaldarsi le mani con una di loro, diventando così giocolieri di se stessi nel togliere la buccia evitando di bruciarsi.

Dipende poi dalla gola e dal suo grado di peccato l’attimo in cui decidiamo di avvicinarci a lei, tentando di addentarla, soffiandola, e poi infine gustando la croccantezza di quella farinosa delizia del bosco. Che piacere antico, e pur sempre nuovo…

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