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Archive for giugno 2011

Alloro, origano, basilico, rosmarino, timo, salvia, maggiorana…
In fila sui davanzali ad aromatizzare i nostri sguardi e a solleticare le nostre pareti interne, suscitandoci ricordi, cibi, piaceri. Ognuno di noi ha il suo preferito. Col rosmarino siamo improvvisamente su una roccia di mare ad aspirarne la “rugiada”. Alla vista del timo la macchia mediterranea appare in tutta la sua odorosità, come ci ricorda il suo nome, “profumo” appunto. La vellutata foglia verde pallido della salvia ci fa presente la cura buona che ha di noi, rendendoci “salvi”. L’alloro per un momento ci fa sentire, mentre cuciniamo l’arrosto, un po’ poeti e trionfatori. La timida maggiorana si manifesta delicata coi suoi fiori rosa e l’odore caratteristico. Con l’origano è sufficiente un lieve strofinìo delle dita sulle sue foglioline e la madeleine di Proust fa il suo ingresso travestita da pizza napoletana.
Ma è il basilico in questa stagione a regnare “sovrano” (nomen omen…) con il verde prepotente e turgido delle sue foglie a ricordarci che è estate, che su una caprese lui “regna” felice e nel mortaio con un po’ d’olio e una manciata di pinoli fa gran festa. Ed è subito pesto.

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Salva: niente maturità, non sono in commissione.
Guido piano, mi gusto le curve di questa collina inizio-estiva, fortuna di una scuola fuori città, paesino di cintura: finestrino giù, venticello tra i capelli lato sinistro.
Salva. Non mi hanno beccata.
E penso a un Becco Cosmico che per mia buona sorte in quel momento, credo, era voltato, non m’ha vista, ha beccato altri, mi spiace.

“La gallina volante” di Paola Mastrocola

"Uccello Cosmico" di Luca Pugliese (2003)

PS: Spiace anche a me. Quest’anno il Becco Cosmico si è voltato verso di me, mi ha visto e mi ha beccata. Risultato: sono commissario. Indago, un po’ Rex un po’ Basettoni. Indago intorno ai miei studenti e al loro grado di maturazione. Quindi per una decina di giorni sono anche un po’ agricoltore…

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Finalmente una trasmissione di storie che stimolano riflessioni.
Lunedì sera, prime time, Rai tre. Condotta con garbo, senza smanie urlate da protagonista né ansie da prestazione da anchorman di lungo corso, dal direttore de “La Stampa” Mario Calabresi, “Hotel Patria” è una trasmissione che racconta appunto storie, presentandole come pezzetti di vetro da sbirciare in una ciotola, lasciandoti poi la voglia di andarle a vedere  in un secondo tempo più da vicino.
Ieri sera, per esempio, si è parlato di coraggio, da quello estremo del navigatore solitario Giovanni Soldini che rinuncia ad un record per salvare una sua collega in balìa delle onde, a quello civile dell’avvocato Giorgio Ambrosoli che scrive una lettera di altissimo senso dello Stato alla moglie qualche anno prima di essere ammazzato, da quello di donne magistrato in luoghi che sembrano puntini sulla carta geografica e che invece stanno rivelandosi roccaforti della giustizia attiva in Italia, a quello di altre donne, suore di clausura, che sono anch’esse e in altro modo in prima linea, perché scegliere tale via in questo tempo storico di estrema visibilità è richiamo del “cor”, coraggio appunto.
Sui titoli di coda vedi bambini di 11 anni, col sottopancia che ti ricorda che avranno 50 anni nel 2050, che con sguardi tra l’incantato e il visionario ti raccontano perché si sentono italiani. Dorina, di origini albanesi, ti guarda dritto negli occhi e in modo disarmante ti dice: “Mi sento italiana perché mi sento uguale a tutti gli altri”. In un sol colpo mi ha cancellato ore di dibattiti televisivi sull’integrazione degli stranieri in Italia.

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Dall’ordinanza-sentenza del giudice Priore: “L’inchiesta è stata ostacolata da reticenze e false testimonianze, sia nell’ambito dell’Aeronautica italiana che della NATO, le quali hanno avuto l’effetto di inquinare o nascondere informazioni su quanto accaduto. […] L’incidente al DC9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento, il DC9 è stato abbattuto, è stata spezzata la vita a 81 cittadini innocenti con un’azione che è stata propriamente atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti.”

"Museo per la Memoria di Ustica" - Bologna

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L’Arma della fedeltà immobile e dell’abnegazione silenziosa; l’Arma che nel folto della battaglia e di qua dalla battaglia, nella trincea e nella strada, nella città distrutta e nel camminamento sconvolto, nel rischio repentino e nel pericolo durevole, dà ogni giorno eguali prove di valore, tanto più gloriosa quanto più avara le è la gloria.

Gabriele D’Annunzio, 12 giugno 1917.

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Voglia d’estate

Siediti al sole. Abdica e sii re di te stesso.

Fernando Pessoa, da “Il poeta è fingitore”.

"Voglia d'estate" di Claudio Filippini

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A proposito di Andy Warhol e della sua idea di celebrità, traccia di uno dei temi della maturità di quest’anno, si affaccia alla memoria la mitica “zuppa Campbell”. Un normale ed anonimo barattolo di zuppa, che però ebbe i suoi quindici minuti di celebrità, espansi per sempre, grazie alla serigrafia dell’artista che moltiplicò il barattolo in una serie da trentadue, rendendolo famoso.
Che è poi il motore di ogni pubblicità, rendere “pubblico” qualcosa o qualcuno, aprendo il “focus” su di esso. Ma è l’occhio, umano o tecnico, a rendere protagonista chi o cosa è in scena. Quindi il rischio, in un moltiplicarsi all’infinito di celebrità, è un mondo di occhi guardanti occhi, narcisi versus voyeurs.
Fin qui nulla di male (!), ma la relazione tra occhi e occhi dov’è? Già, perché il narciso si “accontenta” di esser guardato (o meglio, di guardarsi attraverso l’occhio altrui, foss’anche il proprio, come per lo specchio) soddisfatto di nuotare nel proprio acquario, mentre il voyeur è pago di guardare senza entrare nell’acquario. E il diaframma tra gli attanti (il vetro nel caso dell’acquario, piuttosto che la retina, la telecamera o il medium tecnologico) li separa da ogni possibile contaminazione. Rendendo così tutti noi sempre un po’ più separati ed autistici, magari con numerosi amici su Facebook ma poco “sudati”. Quindi con i sensi soddisfatti quasi sempre in modo autoreferenziale.
Ecco forse  perché la zuppa Campbell si dilata all’infinito. Bellissima e famosa, ma senza aroma alcuno.

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Operatore relazionale, epicicloide, numero trascendente, dominio, calcolo differenziale, bisecante, analisi funzionale, arcocotangente, curva gaussiana, gradiente, corrispondenza biunivoca, cosinusoide, algebra booleana, varianza, equazione integrale, mantissa, trigonometria sferica, cardioide, geometria euclidea, algoritmo, angolo adiacente, esacisottaedro, coordinata cartesiana, percentile.
Se a voi questi termini non rimandano a complesse formule maya piuttosto che all’antico linguaggio aramaico, complimenti! Per voi la matematica non è un’opinione. Oppure…
Oppure siete molto vicini a qualcuno che oggi sostiene la seconda prova di maturità al liceo scientifico o indirizzi affini. E allora, in bocca al lupo!

 

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Esami di Stato al via!

Ci siamo ragazzi! La “notte prima degli esami” è ormai alle spalle. Tutte le ansie sono con voi, per mano e a braccetto. Tutte le conoscenze e i metodi acquisiti in anni di studio sembrano non rispondere all’appello. E mentre si fa ingresso nella propria scuola, quella di sempre, essa appare improvvisamente sconosciuta, distante, davvero istituzionale. I compagni li vedi e non li vedi, le gambe sembrano di gesso, i vocabolari di marmo, e la corsa per il “banco giusto” è il primo step che consideriamo indispensabile.
E poi tutto rotolerà come una pallina lungo un piano inclinato, in modo inevitabile ma più dolce del previsto. Richiesta documenti, distribuzione fogli, ultime raccomandazioni, ancora l’ansia che sale (“ma ci sarà un tema che potrò affrontare?”), prime certezze che si affacciano (“ma ho sempre scritto in modo sufficiente, non è ancora matematica, è un tema!”), e infine prende la scena la serena consapevolezza di chi sente di aver svolto compiutamente la propria preparazione.
Si sente vociferare nei corridoi, rumore delle fotocopiatrici al nastro di partenza, i prof hanno saputo le tracce del Ministero. Chissà… Chissà se è uscito il tema che rimbalzava in “rete”, chissà se la scelta è caduta sull’autore che la prof sentiva, chissà se c’è il mio argomento preferito, chissà…
Arrivano le tracce, ci siamo, ci sarà qualcosa anche per me… E si comincia, entrando in quelle sei ore che sembrano dapprima infinite e poi cortissime: la lettura dei documenti, la scelta, la scaletta, la scrittura, il titolo, l’ortografia, la bella copia, l’ultima lettura… e poi… e poi consegno.
Le ore sono sfilate via come quelle degli appuntamenti importanti, con le lancette che sembrano girare più veloci, i quadranti che si liquefanno, come ci ha insegnato Dalì coi suoi orologi “molli”. E quello che rimarrà di questa “storica” giornata sarà il titolo che l’artista diede ai suoi disfatti orologi, “La persistenza della memoria”.
Già, traccia mnestica indelebile quella del primo giorno di “maturità”, tema di italiano.

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Distesa estate,
stagione dei densi climi
dei grandi mattini
dell’albe senza rumore –
ci si risveglia come in un acquario –
dei giorni identici, astrali,
stagione la meno dolente
d’oscuramenti e di crisi,
felicità degli spazi

Da “Estiva” di Vincenzo Cardarelli

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